Pubblicato il 9 gennaio 2026
Di solito entra in punta di piedi, si normalizza e un giorno ti accorgi che stai lavorando “a testa bassa”, sempre in urgenza.
Si parla anche di delega che non parte, aspettative implicite, urgenza cronica e tempo speso su attività a basso valore.
Trascrizione dell’episodio
Qui trovi la trascrizione integrale dell’episodio.
Se mentre leggi ti dici “succede anche da noi”, probabilmente è già un buon segnale: stai iniziando a vedere il problema.
Quella che segue è la trascrizione integrale dell’episodio.
Essendo una trascrizione dal parlato, può contenere ripetizioni, frasi spezzate o imprecisioni formali.
Privilegiamo la fedeltà alla conversazione effettivamente avvenuta.
Apertura: nasce “Ora Daria” e perché questa rubrica
Ciao, sono Andrea Veca e ti do il benvenuto a MingaMal, il
podcast che instilla dubbi per migliorare.In particolare, il benvenuto, a questo episodio che inaugura
una nuova rubrica chiamata Ora Daria, che è dedicata alla gestione delle
piccole aziende.
Ho lavorato con Daria Trespidi, curatrice della rubrica, per
circa vent’anni.
A partire dal 2019 ci siamo trovati a gestire un cambiamento
profondo nell’organizzazione e nel modo di lavorare della nostra azienda.
Non perché fossimo in crisi. Al contrario, perché stavamo
crescendo abbastanza velocemente.
E la crescita, per quanto fosse un bel problema da avere, si
portava con sé complessità, frustrazione e un certo grado di caos.
Visto a posteriori, il caos non è arrivato all’improvviso
esclusivamente a causa della crescita. I segnali erano chiari anche prima, ma noi
li ignoravamo un po’ per pigrizia, un po’ perché tenevamo la testa troppo bassa
nella gestione del quotidiano.
Un giorno il troppo ha stroppiato e abbiamo detto: “basta”.
E da lì è cambiato tutto.
Daria è la persona che ha guidato questo cambiamento, ed è
per questo che le ho chiesto se avesse voglia di partecipare al progetto
MingaMal.
Fortunatamente ha accettato, e per questo la ringrazio
tantissimo.
Nel corso della carriera, ho rivisto in parecchie aziende pozzanghere
simili a quelle in cui ci siamo impantanati noi, per così tanto tempo.
Per questo spero che questa rubrica, con il contributo di
Daria, possa portarti degli spunti utili, cara ascoltatrice, caro ascoltatore.
Prima di cominciare, i consueti, ma non per questo meno
sentiti, ringraziamenti a tutti coloro che hanno mandato feedback, cinque
stelline, e recensioni. Mi raccomando, se MingaMal ti piace, iscriviti al
podcast, recensisci con tripudi di stelle e invita i tuoi conoscenti a seguirci.
Ci serve massa critica perché il progetto funzioni. Dobbiamo
produrre il merchandising di MingaMal per risolvere il problema dei regali di
natale 2026 ed è meglio muoversi per tempo!
E adesso, ascoltiamo quello che ci racconta Daria Trespidi.
Saluti e invito alla rubrica
Andrea Veca (00:00)
Buongiorno Daria Trespidi, grazie per aver accettato
l'invito non solo a questo episodio, ma all'intera rubrica Ora Daria.
Daria Trespidi (00:11)
Buongiorno Andrea, grazie per l'invito e buongiorno a chi ci
ascolta.
Andrea Veca (00:16)
Disclaimer, Daria e io abbiamo lavorato insieme per una
ventina d'anni e in particolare a partire dal 2019 abbiamo affrontato o forse
meglio operato un cambiamento radicale nella gestione e nell'organizzazione
della nostra azienda. Come scopriremo nel corso di questo episodio? Diciamo che
nel mezzo del cammin di nostra vita ci ritrovammo non già in una
selva oscura ma in un casino assurdo che... poi abbiamo riconosciuto in
tantissime altre piccole aziende. Allora questa rubrica, Ora Daria, nasce dal
nostro desiderio di condividere quella che è stata la nostra esperienza nel
riconoscere e poi nell'uscire da quel casino, nella speranza che questo possa
essere di aiuto anche a te, cara ascoltatrice e caro ascoltatore. Finito un
disclaimer, mi taccio e...
Come si usa a dire direi di cominciare dall'inizio e torno
da te Daria e ti chiedo di raccontare chi ci ascolta, chi è Daria Trespidi.
Daria Trespidi (01:23)
Allora, se dovessi dirti in due parole chi sono, ti direi
che provengo dal mondo IT, ma che non c’entro niente con la parte tecnica. Ho
lavorato per più di vent'anni con te in un distributore di soluzioni e
software, ma mi sono occupata di tutto, fuor che della parte tecnica. Ho
iniziato nel supporto vendite per poi passare al marketing e alla gestione del
team e del budget marketing fino ad arrivare negli ultimi cinque/sei anni ad
occuparmi della gestione e dell'organizzazione dell'azienda.
Quello che so fare meglio oggi è organizzare eventi
complessi e mettere a terra la strategia che in parole povere significa
definire e guidare le operation nell'attività necessarie per arrivare ad un
determinato obiettivo nei tempi definiti e nel pieno rispetto del budget che
abbiamo a disposizione. Per fare questo ho sempre bisogno di sapere a monte
qual è l'obiettivo, non mi innamoro delle idee o dei progetti finché non li
contestualizzo e non ne vedo reale beneficio.
Poi però se mi innamoro e credo nell'idea o nel progetto mi
ci butta anima e corpo finché non è a terra.
Perché Daria è qui e perché può essere utile a chi guida una piccola azienda
Andrea Veca (02:29)
In effetti un tuo grande classico qualunque cosa... di
qualunque cosa si parli è la domanda: “qual è l'obiettivo”. Fosse anche andare
a mangiare uno spuntino. Va bene, senti, ma a prescindere dal mio disclaimer
iniziale che con cui ho voluto mettere, tra virgolette, le carte in tavola per
massima chiarezza nei confronti di chi ci ascolta, che cosa ci fai qui a Mingamal?
Daria Trespidi (02:53)
Ho accettato il tuo invito a tenere questa rubrica di MingaMal
perché credo che nelle aziende ci sia sempre margine di miglioramento e mi
piace l'idea di poter contribuire in piccolissima parte a far venire voglia a
chi ci ascolta di mettersi in discussione.
Andrea Veca (03:09)
e ancora ricordandoci il disclaimer, ma che cosa pensi di
avere da raccontare a chi gestisce o guida o a chi è a capo, diciamo, di una
piccola azienda?
Daria Trespidi (03:20)
Credo di avere qualcosa da raccontare perché ho vissuto un
cambiamento organizzativo in prima persona e ho provato sulla mia pelle cosa
vuol dire stravolgere la quotidianità e l'operatività di un'azienda che
comunque in qualche modo sta funzionando. Un po' come salire e scendere da un
treno in corsa perché non è che un'azienda si può fermare, i cambiamenti si
fanno in corsa e sono difficili così come difficile prendere consapevolezza del
fatto che a volte un cambiamento è necessario.
L'azienda dove abbiamo lavorato stava in quel momento
crescendo molto e questo per quanto fosse un bel problema da avere si portava
dietro un aumento della complessità a 360 gradi e una discreta confusione. Ad
un certo punto è successo qualcosa che fatto scattare la molla del cambiamento.
Mi piacerebbe quindi condividere questo con le ascoltatrici e gli ascoltatori
di Mingamal. Nulla di teorico ma qualcosa di pratico e di umano, cioè se l'ho
fatto io lo può fare chiunque.
Capire che serve un cambiamento: la “modalità rana” e la consapevolezza
Andrea Veca (04:15)
Sì, questo credo che sia il primo punto fondamentale, cioè
come si capisce che serve un cambiamento.
Non so se hai presente la proverbiale rana messa nell'acqua
e tu cominci a scaldare l'acqua, l'acqua diventa sempre più calda e la rana non
se ne accorge perché c'è dentro e a un certo punto quando l'acqua bolle e la
rana muore. Questo è molto simile a quello che accade in
azienda o che ho visto io accadere in azienda, cioè si
continua a lavorare a testa bassa
in maniera frenetica e non ci si dà il tempo, l'opportunità
di alzare la testa per rendersi conto che l'acqua si sta scaldando, insomma. E
allora però chiedo a te come si fa a rendersi conto
che serva questo cambiamento, cioè che bisogna
intervenire, possibilmente prima che l'acqua vada in ebollizione.
Daria Trespidi (05:10)
Sì, sembra banale, esattamente come dici tu, di solito
quando capisci che potresti trarre beneficio da un cambiamento, sei già nel
casino, cioè per usare la tua metafora l'acqua è già abbastanza caldina e ancora non te
ne sei accorto perché il casino inizia piano piano e poi
diventa normale, per cui è difficile mettere in discussione una
situazione che giudichi, reputi normale. Ci sono però una
serie di segnali più o meno evidenti che possono almeno
far venire il dubbio di non essere proprio messi benissimo.
E avere questi segnali o riconoscersi in questi segnali non
significa necessariamente che la propria azienda non stia andando bene ma pensa
come potrebbe andare con piccoli o grandi ritocchi qui e là.
I segnali: ruoli, responsabilità, controllo e memoria del lavoro
Andrea Veca (05:52)
E in effetti sì, come hai detto tu prima è un bel problema
da avere, potrebbe essere un problema ancora migliore, comunque si potrebbe
andare verso uno scenario ancora migliore. In effetti la buona notizia almeno
per quello che è stata la nostra esperienza, che nel
momento in cui tu ti rendi conto il cambiamento in realtà servono
ancora un paio di condizioni da soddisfare, ma una volta fatto questo la
soluzione esiste, cioè si può lavorare meglio.
Allora però se il punto di
partenza è la consapevolezza delle necessità del cambiamento, proviamo ad aiutare chi ci ascolta a capire
come fare, a meno che non ce l'abbia già chiarissimo ovviamente
ma, secondo te, quali sono i segnali che aiutano, quali sono i sintomi che
possono aiutare in una sorta di anamnesi a capire se è il momento di
intervenire o no. Se uno non ha nessuno di questi sintomi, può essere che ne
abbia altri che noi abbiamo dimenticato, oppure ha una salute aziendale di
ferro e vivrà per sempre felice e contento. Vai!
Sintomi 1–2: chiarezza su chi se ne occupa e responsabilità (ownership)
Daria Trespidi (07:07)
Partiamo da una domanda semplice, chi se ne occupa?
Se per rispondere a questa domanda devi scavare nelle chat,
chiedere in giro, investire mezz'ora solo per capire chi è la persona giusta,
forse c'è un problema. Non tanto di persone, ma di chiarezza perché, quando non
è chiaro chi fa cosa, il lavoro rallenta e la responsabilità evapora.
Andrea Veca (07:29)
Scusa Daria, ho due domande. La prima è chi se ne occupa di
che cosa? poi la seconda...
Daria Trespidi (07:34)
Di qualunque cosa!
Andrea Veca (07:37)
Ok, quindi la domanda fondamentale, la domanda di partenza è chi deve fare la cosa x? Ok, perfetto. Allora passo alla
seconda domanda. Hai fatto riferimento alla responsabilità che evapora? Perché, quando
l'acqua bolle è chiaro che stiamo parlando di
evaporazione, anche della responsabilità. Mi chiarisci
però che cosa intendi con il “responsabilità”, perché
è abbastanza ampio.
Daria Trespidi (07:58)
Sì, diciamo che, se non sai dire chi deve occuparsi di una
specifica attività è probabile che tu non sappia dire nemmeno chi ne è
responsabile, cioè chi ne sa vita, morte e miracoli ed è garante della qualità
dell'esecuzione di quel compito. Facciamo un passo avanti e passiamo al livello
successivo. Non sai nemmeno se una cosa è stata fatta e quindi ...
Andrea Veca (08:14)
Quindi questo è il sintomo successivo, ok? Non sai se è una cosa stata fatta, scusa, ok?
Daria Trespidi (08:28)
Corretto, sì sì sì, che però diciamo che è abbastanza
collegato al precedente.
Perdi tempo a ricostruire, a controllare, a chiedere, magari
scopri che sì, è stata fatta, oppure anche no. In entrambi i casi hai già
sprecato tempo ed energia. Se succede spesso, forse non manca l'impegno, ma
manca un modo semplice per sapere a che punto siamo.
Andrea Veca (08:44)
Cioè, se tu non sai chi deve fare qualche cosa non sai
neanche se l'abbia fatto o non l'abbia fatto. Solo per chiarire però scusami
quindi la responsabilità diciamo che mi spiace usare un termine inglese ma non
me ne vengono in italiano è la ownership cioè per qualunque cosa, e lascio
volutamente generico il termine, bisogna qualcuno che la owni, voce del verbo ownare.
Ok.
Daria Trespidi (09:06)
Esatto. Sì, sì, per evitare che appunto si perda il polso
della situazione, che non si sappia, diciamo, a chi fa il riferimento nel
momento in cui banalmente qualcosa va storto o non esattamente come avrebbe
dovuto andare.
Sintomo 3: memoria fallace come unico sistema di controllo
Andrea Veca (09:21)
Benissimo, andiamo avanti. Sintomo numero 3
Daria Trespidi (09:25)
Lo chiamerei memoria fallace. Capita di dimenticarsi
qualcosa, succede a tutti per carità, però il problema è quando te ne accorgi
tardi dopo aver perso tempo a scoprirlo e magari ti incazzi pure perché poteva
essere una sciocchezza o qualcosa di molto più serio. Se la memoria individuale
è l'unico sistema di controllo, il rischio
non è se qualcosa verrà
dimenticato, ma quando.
Andrea Veca (09:50)
Una frase che non ho mai sentito, una metafora che proprio
non ricorre, specie in ambito di cyber security. Ok, chiarissimo, quindi direi
che questi tre punti, questi tre primi sintomi sono un po' facce diverse dello
stesso problema, cioè la mancanza di chiarezza nei ruoli
appunto. Ok, benissimo, andiamo avanti.
Sintomo 4: lavoro duplicato e conoscenza non documentata
Daria Trespidi (10:08)
Esattamente. Come quarto sintomo citerei il lavoro
duplicato. Allora rifai un'attività che
qualcun'altro aveva già fatto. Peccato che non sai come
l'aveva fatta perché non esiste documentazione, nemmeno
due righe. Il risultato è tempo perso, frustrazione e la
sensazione di lavorare un po' in un loop.
E se il sapere resta solo nella testa delle persone, ogni
cambio o assenza diventa non un problema.
Andrea Veca (10:40)
Quindi, se capisco bene, tu ti stai riferendo al fatto che,
anzitutto, che la maggior parte delle azioni vanno svolte più di una volta. Cioè, se c'è un incendio speriamo che sia una
volta sola, ma se bisogna pagare l'IVA diciamo che succederà più spesso.
E allora quando qualcuno fa una cosa per la prima volta ma
un qualche cosa che è già stato fatto da qualcun altro non è molto efficiente
che questo qualcuno debba reinventare la ruota, debba reinventare una ruota che
era già stata inventata, giusto? Ok, e quindi questa roba brucia, brucia nel
senso che è totalmente inefficiente
Daria Trespidi (11:13)
corretto, correttamente, sì sì sì
Andrea Veca (11:22)
Perché, appunto, non si fa tesoro, non si fa patrimonio
dell'esperienza accumulata nella esecuzione dell'azione.
Daria Trespidi (11:28)
Sì, si ha uno spreco di risorse totale.
Andrea Veca (11:33)
Ok, ottimo! Andiamo avanti!
Sintomo 5: processi incoerenti e assenza di uno standard condiviso
Daria Trespidi (11:35)
Passiamo ai processi incoerenti, stessa attività, due
persone diverse, per esempio Carla ci mette 5 minuti, Giorgio ce ne mette 40,
panico. Carla è un genio o salta 14 passaggi fondamentali, oppure Giorgio è
lento o sta facendo le cose come andrebbero fatte. Se non sai qual è il modo giusto, ogni confronto genera confusione invece che
miglioramento.
Andrea Veca (11:50)
Quindi, una volta, non sono sicuro che c’entri, se mai
bacchetta, però mi viene in mente, ripeto ancora una
volta, mi scuso un termine inglese che è quello della
consistency, cioè il fatto che le cose non vengono
svolte in un unico modo ma sia Carla sia Giorgio fanno la stessa cosa ma in due
modi diversi e questo ha anche un effetto su ciò che vede il cliente, cioè la
fornitura, qualunque cosa sia, prodotto, servizio, non è omogenea. Per esempio,
facciamo finta che sia un supporto, il cliente sa che, se parla con Carla, avrà il problema risolto al volo mentre Giorgio è un tonno. Morale, il cliente vuole parlare solo con Carla e
questo è un problema perché allora
non è più un'azienda, è Carla.
Daria Trespidi (12:48)
Sì sì, posso solo dire che magari il cliente preferisce
Giorgio perché in quei 40 minuti Giorgio gli spiega anche come si fa a andare a
fare la spesa sul mercato e a mettere a posto la roba quando la riporta a casa.
Qui non è, secondo me, una questione di velocità, ma possono essere corrette
tutte due le opzioni. Il problema è che non si sa
qual è, cioè non c'è lo standard aziendale per cui ognuno fa un po' quello che
vuole.
Andrea Veca (13:11)
Assolutamente, sì sì. Sì, qui potremmo partire mille
digressioni. Ok, stiamo buoni. Quindi, però,
cristallizziamo un attimo, quindi, qual è il
sintomo di questi che abbiamo chiamato processi incoerenti o mancanza di
omogeneità? Che cos'è che ti
fa capire?
Daria Trespidi (13:30)
Me ne vengono due. Il primo potrebbe essere quello della
preferenza da parte di un cliente che appunto chiama sempre Carla o sempre
Giorgio a seconda delle sue preferenze oppure che anche a livello aziendale il
responsabile di un reparto assegni sempre lo stesso incarico alla stessa
persona.
Andrea Veca (13:46)
Ok, perfetto. Qui naturalmente stiamo prescindendo, anche in
queste tue parole stiamo prescindendo da quanto sia insopportabile Antonello. Cioè, magari uno non vuole dare la cosa ad Antonello perché è un rompibile micidiale, stiamo
parlando di competenza nelle esecuzioni dei compiti, perfetto. Bene,
proseguiamo, sintomo numero 6.
Sintomo 6: decisioni rimandate e problemi che tornano ciclicamente
Daria Trespidi (14:11)
Decisioni non prese o rimandate. Diciamo che capita spesso
che argomenti già discussi tornino ciclicamente perché non sono mai stati
chiusi davvero. Cioè, quindi si fanno riunioni, ci sono confronti, si scambiano
opinioni, ma nessuna decisione finale e soprattutto nessuno viene designato
come owner. Torniamo a questa parola della risoluzione di quel problema. E se i
problemi ritornano ciclicamente, molto probabilmente non è sfiga, ma forse che stiamo evitando di prenderli di petto.
La gestione delle riunioni in realtà è la cosa più semplice
da migliorare che porta subito benefici chiari ed evidenti ma credo che
approfondiremo meglio in uno dei prossimi episodi.
Andrea Veca (14:51)
E non vediamo l'ora, credo di parlare a nome di tutte le
ascoltatrici o di una buona parte delle ascoltatrici e degli ascoltatori di
MIngaMal. Però ora invece, concentrandoci sui sintomi, sintetizziamo il fatto
dicendo che sostanzialmente si parla più volte, per non dire sempre, dello
stesso maledetto problema X, quale che sia X, e dopo tre anni non si è ancora presa la decisione che avrebbe risolto X, qualunque sia
la decisione, è di questo che stiamo parlando.
Daria Trespidi (15:20)
Esattamente
Andrea Veca (15:21)
Ok bene andiamo avanti. Hai ancora dei sintomi?
Sì, ne ho ancora un direi tre.
Sintomo 7: responsabilità diffuse e titolare come collo di bottiglia
Daria Trespidi (15:29)
Allora passiamo alle responsabilità diffuse o alla mancanza
di delega reale. Ti senti un po' l'info point dell'azienda. Tutti chiedono a te
o aspettano che tu indichi la strada. E spesso non è perché le persone non
hanno voglia di prendersi responsabilità, ma perché non sanno di poterlo fare.
Quando nessuno è autorizzato a decidere, decidono sempre gli stessi e questi si
sovraccaricano.
Andrea Veca (15:44)
Non sono sicuro di aver capito. Mi puoi dare una mano?
Daria Trespidi (16:00)
Sì, proviamo. Allora, quando le responsabilità non sono
chiarissime o comunque sono un po' ambigue è probabile che le persone chiedano
a chi sta sopra di loro. Nelle piccole realtà questa persona corrisponde quasi
sempre con il titolare. Per cui il titolare che ha tutto sul tavolo e che deve
rispondere a tutti, dare indicazioni a tutti, firmare moduli e autorizzazioni
di tutti, eccetera eccetera.
Andrea Veca (16:25)
Quindi diciamo che il sintomo di cui dovrebbe rendersi conto
il titolare, e di cui con ogni probabilità si rendono conto ben prima tutti gli
altri, è che il titolare o la titolare ovviamente deve essere coinvolto in
qualunque decisione, fossero anche le puntine per attaccare i messaggi in
bacheca, ok? Questo causa stress del titolare e rallentamenti e colli di
bottiglia perché non c'è delega,
cioè non si dà a qualcun
altro l'immane potere di decidere sulle puntine per la bacheca.
Daria Trespidi (16:55)
Esattamente.
Andrea Veca (16:59)
Bene, cioè perfetto un cavolo, però almeno ho capito che già
hai un grande passo avanti. Ok, procediamo.
Sintomo 8: aspettative implicite e frustrazione tra colleghi
Daria Trespidi (17:04)
Altro problemone a cui nessuno pensa ma che contribuisce
alla frustrazione e al casino è quello delle aspettative implicite. Dai per
scontato che le cose succedano, che gli altri capiscano, che abbiano la tua
stessa visione, tue stesse priorità e poi scopri che non è così perché gli
altri non sono te e le aspettative non dichiarate in azienda semplicemente non
esistono. Finché non le dici chiaramente non puoi pretenderle.
Andrea Veca (17:29)
ma io la do per scontata questa roba qua? No, a parte gli
scherzi, il concetto è chiarissimo, però stiamo parlando di sintomi; quindi, vorrei capire come si
riscontra questa cosa. Cioè, sicuramente la persona che dava per
scontato qualcosa, chiamiamola Leonardo, allora, c'è qui
Leonardo che dà per scontato delle cose. Leonardo lavora con Martino e Leonardo
dà delle cose per scontato, ma Martino non coglie al volo e non le fa, quindi
Leonardo è frustrato. Martino è frustrato perché non capisce. Uno che cosa vuole
Leonardo è poi perché è sempre furibondo, perché è sempre frustrato; quindi,
possiamo dire che forse la frustrazione latente è un chiaro sintomo di queste
aspettative implicite che poi vedremo vanno risolte, vanno tolte. Ok, perfetto.
Sintomo 9: urgenza cronica e accumulo di nuove attività
Daria Trespidi (18:14)
Totalmente d'accordo certo sì sì sì andiamo verso la fine. Urgenza
cronica, quindi c'è sempre troppa carne al fuoco. È tutto urgente sempre. Peccato
che le risorse siano quelle che sono e se tutto è urgente diciamo che niente lo
è davvero no? si corre continuamente ma senza la sensazione di avanzare qui il
problema non è la voglia di fare secondo me, ma la capacità di scegliere cosa
non fare.
Andrea Veca (18:53)
Veramente questa cosa qui potremmo aprire sette tavole
rotonde, forse 77, e provo a citare solo un paio di parole chiave, o locuzioni
chiave, pianificazione oppure ancora gestione o consapevolezza delle risorse a
disposizione, cosa dici tu?
Daria Trespidi (19:09)
Sì, dico che però corri un po' troppo perché quelle che tu
citi sono probabilmente soluzioni, mentre qui noi stiamo ancora parlando dei
sintomi e diciamo che te ne accorgi perché arrivano cose nuove da fare, magari
sono pure delle figate se vogliamo, ma non hai ancora consolidato quello che
c'è già in ballo, per cui il casino aumenta.
Andrea Veca (19:30)
Ok, E peraltro l'ultima cosa che arriva, specie se figa,
allora bisogna buttarsi a pesce, farla subito ventre a terra, presto presto e
lasciamo tutto il resto indietro.
Sintomo 10: attività sterili e perdita di focus sul core
Daria Trespidi (19:45)
Ultimo sintomo, se non vuoi aggiungere altro.
Allora attività sterili, magari per caso scopri che una
quantità enorme di tempo viene spesa su attività che non portano valore, quindi
zero beneficio, poco fatturato, mentre invece le attività davvero core per
l'azienda restano indietro.
Se nessuno guarda dove finisce il tempo, il tempo finirà
probabilmente nel posto sbagliato.
Non conta il numero: conta la frequenza con cui i segnali si ripetono
Andrea Veca (20:19)
Ottimo, molto incoraggiante tutto ciò, l'ottimismo vola,
quindi ti ringrazio, spero che tu non abbia altre. Quindi abbiamo fatto questo
decalogo nefasto, con l'umore alle stelle, però mi viene
una domanda. Quanti, mi metto nei panni della poveretta e del poveretto che ci
stanno ascoltando, quanti di questi segnali devono verificarsi? Quanti di
questi sintomi devono essere riscontrati per dire che forse serva un
cambiamento o che potrebbe portare benedizione a un cambiamento.
Daria Trespidi (20:50)
Secondo me non conta tanto il numero quanto invece la
frequenza con cui uno o più di questi segnali si verificano perché se li
riconosci già come parte della normalità, della tua quotidianità forse non sono
più segnali ma il sistema già non sta più reggendo.
Il vero rischio: abituarsi e smettere di farsi domande
Andrea Veca (21:03)
Ok, ottimo, ma qual è il rischio più grande quindi?
Daria Trespidi (21:18)
È abituarsi, pensare che sia così e basta.
Quando invece il vero miglioramento spesso inizia nel momento in cui ti chiedi
ma questo è veramente l'unico modo possibile di
lavorare?
Andrea Veca (21:32)
Ho capito, quindi la chiamiamo modalità rana
sostanzialmente. Senti Daria, ti rubo un attimo la scena perché voglio tornare al mio disclaimer iniziale. Anzitutto rispondo alla
tua domanda, è davvero l'unico modo possibile di
lavorare? E fortunatamente la risposta è no, non è l'unico modo di lavorare, un altro mondo è possibile. Quindi le cose più
importanti sono, anzitutto, la consapevolezza di avere il problema e abbiamo
dato delle indicazioni circa come farsi una check up, diciamo un auto-check up,
Ma poi è fondamentale anche il desiderio di cambiare, come
nella vendita voglio dire, il cliente sa di avere un problema, è pronto a
comprare? No. Ok, cliente vuole una soluzione? Sì, ok,
allora è pronto a comprare. Comprerà? Non lo so, però prima è un matematico che non lo faccia.
Uscendo di metafora perché vogliamo
parlare oggi di Ora Daria, non di vendita.
Volevo raccontare un attimo cosa è successo a noi. Noi ci
siamo resi conto, oggettivamente, anche perché solo un cieco non avrebbe,
scusate, metafora spiacevole. Solo una persona completamente priva di senso
critico non si sarebbe reso conto della crescente confusione che, come hai
detto, tu era dovuta anche ad un periodo di crescita abbastanza sostenuta.
Però è bello invocare quella come scusa, c'era anche
parecchia colpa sicuramente da parte mia. Ad ogni modo a un certo punto
consapevoli della presenza del problema e desiderosi di piantarla, di essere
stressati eccetera, per puro caso abbiamo letto un libro, Galeotto fu un libro
di gestione aziendale che ci ha letteralmente fulminato sulla via di Damasco.
In realtà quale sia il libro è abbastanza irrilevante. Non è
un segreto, poi se a qualcuno interessa lo diciamo, però credo che qualunque
sia il primo libro che leggi tu rimarrai fulminato. Cioè, è matematico, perché
il salto quantico, se volete, il salto infinito è passare da zero metodo a un metodo;
quindi, passare da zero a uno è infinito. Cioè, nella confusione totale che
caratterizza le attività complesse, come per esempio la vendita che abbiamo
citato prima, come la gestione aziendale che prevede la presenza di esseri
umani, esempio. Ebbene, nella confusione totale scoprire che esiste un
approccio sistematico che ti consente con un tocco di bacchetta magica di fare
ordine nel caos è fulminante, in senso positivo ovviamente. Poi dovremo parlare
di quanto è ordinato questo ordine, però è sicuramente meglio del caos
primordiale.
Quindi, come detto, quale sia poi il metodo effettivamente
scelto è secondario. Noi addirittura avremmo partiti molto rigorosi con un
metodo. Dopo abbiamo fatto un frullato, abbiamo fatto un blend di metodi come
se fosse un whisky, per trovare il modus operandi che ci soddisfacesse
maggiormente.
Fine del furto della scena, ti ricedo la parola e chiedo a
te in realtà che cosa pensi dei metodi in generale a
prescindere da quello che noi abbiamo scelto.
Il metodo come opportunità per mettere ordine
Daria Trespidi (24:42)
Io credo che un metodo sia un'opportunità, cioè, aiuta
sicuramente a mettere ordine e senza un metodo è come avere un armadio in cui
butti dentro tutto, funziona sì finché non ti crolla tutto addosso. Concordo
totalmente con te che qualunque metodo sia meglio di nessun metodo poi si può
sempre cambiare, evolvere, modificare, vedere come va però da zero a uno c'è
tutto il mondo in mezzo.
Andrea Veca (24:55)
Perfetto, cioè perfetto
ancora una volta. Beh, in realtà sì, ora cominciamo veramente ad essere un po' ottimisti; quindi,
diciamo un altro mondo è possibile, lo abbiamo detto.
E passiamo però alla parte tosta, mi rendo conto che ho un
problema, mi rendo conto che lo voglio risolvere, lo voglio fortissimamente,
voglio e cosa faccio? Cioè, come faccio a fare partire il
cambiamento?
Daria Trespidi (25:32)
In realtà dovresti rispondere tu perché il primo passo lo fa
l'imprenditore riconoscendo che appunto che il problema c'è e decidendo di
voler cambiare davvero ma non solo a parole perché fa figo ma dimostrandolo con
i fatti.
Infatti, il passo immediatamente successivo è dare delega
totale a qualcuno che è in grado di portare avanti il processo di cambiamento e
auspicabilmente di portarlo pure a termine. Anche se poi ad essere sinceri non
è mai finita perché tutto può, anzi deve essere periodicamente messo in
discussione, ma anche di questo magari ne parliamo più approfonditamente in un
altro episodio.
Andrea Veca (26:04)
Quindi lasciamo stare la parte di portarlo a termine,
potremmo dire portare a termine almeno la prima fase del progetto. Però volevo
chiederti ma perché devi delegare? Cioè, non può farlo il decisore o la persona
a capo dell'azienda?
Daria Trespidi (26:19)
A livello di capacità probabilmente sì, tuttavia il titolare
deve fare qualcos'altro perché l'azienda non è che si ferma perché qualcuno ha
deciso che bisogna cambiare. Il cambiamento va guidato, seguito, controllato,
ci vuole una persona dedicata e che abbia quel progetto come unica priorità,
non come unica priorità. Non vuole dire questo che il
titolare se ne possa fregare della situazione ma deve potersi dedicare al resto
mentre qualcuno manda avanti le cose per lui e porta a termine quel progetto
che nasce dalla sua volontà di cambiare.
L’avvio operativo: spiegare benefici, osservare reparti, affiancare persone
Andrea Veca (26:49)
Sì, mi riconosco abbastanza quello che dici, aggiungo anche
che talvolta non è proprio nelle corde del titolare essere così disciplinato e metodico;
quindi, anche questo potrebbe fare fallire il progetto. Ad ogni modo, nel
nostro caso sei stata tu la fortunata persona delegata a portare avanti questo
cambiamento e raccontaci come andato, cioè cosa hai pensato quando ti è stata
sbolognata questa patata bollente?
Daria Trespidi (27:29)
L'ho presa come una bella opportunità, sicuramente per
l'azienda, anche per me professionalmente. Poi in generale a me piacciono le
novità, per cui ho valutato il progetto, mi sono
appassionata alla cosa, per cui sono partita molto carica.
Andrea Veca (27:46)
Allora, tua prima domanda è stata qual è l'obiettivo? Ok,
perfetto. Senti, chiarito questo, ricevuta risposta a quella domanda, cosa hai
fatto? Cioè, qual è la prima
cosa...
Daria Trespidi (27:58)
Il primo passo è spiegare alle persone con cui lavori il
beneficio che il cambiamento può portare.
Banalmente basta prendere i 10 segnali, o sintomi, di cui
abbiamo parlato prima e ribaltarli in positivo e poi ho iniziato a presenziare
alle riunioni dei vari reparti non tanto per intervenire sulle scelte tecniche
perché non era quello il mio ruolo, ma per osservare, capire i linguaggi, le
abitudini la ripetitività di alcune azioni e anche le difficoltà specifiche
serve diciamo uno sguardo neutro
Daria Trespidi (28:31)
Non bisogna giudicare con il metro della “so io come si fa”,
ma bisogna domandarsi come rendere più semplice il lavoro di chi ha in quel
reparto.
La seconda mossa è stata quella di affiancare sia i
responsabili del reparto sia le persone operative a muovere i primi passi
lavorando insieme su piccole modifiche concrete non solo spiegando come fare ma
mostrando loro con l'esempio quindi introducendo io per prima cambiamenti nel
mio modo di lavorare cambiamenti che fossero visibili e a beneficio di tutti e
che hanno aiutato a far percepire immediatamente il valore del nuovo approccio
Andrea Veca (29:04)
Sono sicuro che immediatamente sia stata ricevuto. Senti
come è andata, qual è stata la
reazione?
Daria Trespidi (29:12)
È stata media. Qualcuno diciamo che è più aperto, qualcuno meno aperto, per cui è normale,
per cui all'inizio si entra un po' in punta di piedi.
Poi quando arrivi con un progetto che cambia abitudini,
gerarchie implicite, modi di lavorare consolidati, devi muoverti con una certa
delicatezza, devi capire chi hai davanti e
come funziona la cultura di quel reparto, perché poi ogni
reparto è un piccolo mondo anche se parliamo di
reparti diciamo piccoli.
Andrea Veca (29:40)
Certo.
Daria Trespidi (29:40)
Dopo una prima fase di ascolto ci sono stati anche momenti
in cui mi sono dovuta un po' imporre. È inevitabile
però che, se la direzione decide di prendere
una strada a un certo punto qualcuno deve guidare quel percorso e assumersi la
responsabilità di portarlo avanti. È sempre un equilibrio delicato perché puoi
creare qualche resistenza, però è fondamentale non lasciare che la paura di dispiacere blocchi
l'intero cambiamento.
Andrea Veca (30:09)
Verissimo. Senti, come aneddoto ci sono state crisi di
rigetto oppure opposizioni pesanti a questo cambiamento.
Evitare resistenze: formazione continua e comunicazione strutturata
Daria Trespidi (30:17)
No dai devo essere onesta, non ci sono state vere proprie
crisi di rigetto. Diciamo che per evitarle la prima cosa da fare è formare, è
stato formare le persone tanto tantissimo e questa è una delle prime cose.
È una di quelle cose che non finisce mai, c'è la formazione
perpetua. I primi tre mesi sono stati quasi solo di spiegazioni del perché lo
facciamo, dove vogliamo arrivare, che cosa cambierà davvero nel lavoro e tutti
i giorni e senza il perché nessun metodo regge.
Per cui queste cose le ho ripetute in mille modi, in mille
momenti, e partire dalle riunioni operative, negli incontri one to one, nelle
regioni di reparto, anche nelle plenarie mensili con tutta l'azienda, perché
finché non senti che il messaggio ti torna indietro, finché le persone non
riescono a spiegare a parole quello che tu gli hai trasmesso non puoi dire che
il messaggio sia passato davvero.
Andrea Veca (31:09)
Scusa intervengo su un attimo perché hai parlato delle plenarie
mensili.
Ti faccio una domanda, anzi un'affermazione travestita da
domanda.
È importante che tutta l'azienda sia coinvolta, ovviamente a
partire dalla testa, magari questo verrà fuori non lo
so, però non è un
cambio marginale per cui appunto ...
Daria Trespidi (31:31)
No, no, assolutamente, anzi è molto importante dare
l'esempio perché, se tu dici che da oggi si lavora così ma poi continui a fare
quello che vuoi e fai fare solo le cose agli altri non c'è la minima speranza
che il progetto possa avere successo, certo.
Andrea Veca (31:47)
A me viene in mente quella che io e solo io non esiste in
letteratura, chiamo la sindrome del consulente, per cui ho un problema, pago un
consulente, e per me è risolto.
Non funziona così, ecco questo
lo possiamo dire, ok, o lo vivi o...
Daria Trespidi (32:05)
No, una cosa che si, va vissuta in prima persona, ci devi
credere, anima e corpo e ti ci metti e lavori tutti giorni su quello. Un passo avanti
e due indietro quando capita, però...
Daria Trespidi (32:21)
perseveranza e costanza e non ricordo più esattamente dove
fossimo arrivati comunque sicuramente appunto la parte per evitare le crisi di
rigetto bisogna fare tantissima formazione poi bisogna curare bene la
comunicazione a livelli quindi confronto con i capi reparto perché sono loro le
persone che poi oggettivamente guidano il cambiamento all'interno del proprio
reparto.
Però non puoi dare nulla per scontato, neanche in questo
caso, per cui si lascia spazio alle persone di lavorare, ma sempre con una
sorta di scambio e di controllo finché si possa tenere il passo e si possa
verificare che le cose vadano come ti aspetti, però senza lasciare non detti o
speranze.
In generale, ci sono appunto dei reparti dove il messaggio
passa subito, altri dove serve più tempo, bisogna
mantenere appunto dei momenti di confronto in cui si capisce, si verifica se le
cose stanno andando avanti davvero, se c'è bisogno di altre formazioni, se ci
sono dubbi, se ci sono resistenze, perché
dovessero esserci, vanno gestite in qualche modo.
Quindi quando serve poi si torna a spiegare il perché due, tre, sette, dieci volte quello che è
necessario.
Come dicevamo prima, spesso si sottovaluta che tutte le
persone in azienda devono sentire che il cambiamento arriva dall'alto perché
appunto come dicevi tu se sembra una moda del momento e se non dai l'esempio
poi è ben difficile che il progetto vada a buon fine.
Sintesi finale dell’approccio e chiarimento sul focus dell’episodio
Andrea Veca (34:09)
Chiaro, chiaro, che sì. Leading by example, sì in realtà appunto arriva dall'alto ma anche di
lato da sotto, bisogna, anzitutto dall'alto e poi da tutte le altre direzioni.
Va bene, senti, riesci a fare una sintesi alla chatgpt in tre righe di
quest'ultima parte che è molto importante, molto critica?
Daria Trespidi (34:32)
Potrei dirti che per partire, far digerire un cambiamento
serve delicatezza all'inizio, fermezza, tantissima formazione, comunicazione
strutturata, coinvolgimento dei responsabili, verifiche costanti e soprattutto
l'esempio dall'alto.
Andrea Veca (34:52)
Perfetto, bene, e senti Daria, abbiamo parlato tanto e non
abbiamo ancora detto niente del metodo, anzi della miscela di metodi che
abbiamo usato noi.
Daria Trespidi (35:00)
Esatto, oggi non dovevamo parlare del metodo, dovevamo
aiutare le ascoltatrici e gli ascoltatori di MingaMal a capire come si fa ad
accorgersi se serve un metodo.
Andrea Veca (35:11)
Allora riassumiamo quindi se il decalogo dei sintomi ti è
risultato familiare, cara ascoltatrice, caro ascoltatore, se almeno uno di quei
sintomi con la frequenza che Daria sa essere indicatrice di attenzione. Quindi
se il decalogo è familiare, se ritieni quindi di avere qualche problema di gestione
o, meglio, qualche opportunità di miglioramento della gestione per far entrare
la tua azienda, ancora meglio, e se davvero hai voglia di cambiare, allora ci
sentiamo nel prossimo episodio di Ora Daria.
Se al contrario va già tutto benissimo, alla grande così,
grazie comunque. E grazie per il tempo che hai dedicato a questo episodio.
Grazie anche a Daria Trespidi e ci sentiamo al primo
episodio vero, di Ora Daria.
Daria Trespidi (36:02)
Grazie Andrea, grazie agli ascoltatori e ci vediamo alla
prossima. Ciao!
Andrea Veca (36:06)
Ciao!
Post-registrazione: sondaggio e call to action
La registrazione finisce qui.
Grazie ancora a Daria Trespidi!
Dal prossimo episodio cominciamo a lavorare seriamente.
Oggi abbiamo parlato di sintomi. A partire dalla prossima
volta, parleremo di cure, cioè di possibili soluzioni.
Ho preparato un sondaggio per te: trovi il link per
raggiungerlo nella descrizione dell’episodio.
Sono due domande facili facili.
Per favore compilalo in modo da indicarci se siamo sulla
strada giusta o come possiamo migliorare. Anzi e/o come possiamo migliorare.
Grazie e ciao!